Tra i percorsi che hanno portato alla costruzione del programma di Elefante  Festival del tempo lungo c’è quello realizzato dalla III A del liceo “Fuà Fusinato” IIS Concetto Marchesi, che sono stati protagonisti di un laboratorio di etnografia applicata: una lettura di come l’agricoltura biologica, in particolare l’esperienza dell’azienda Le Terre del Fiume promossa da esperienza di agricoltori di prima generazione – si autodefiniscono neorurali – abbia contribuito a cambiare un angolo del quartiere Basso Isonzo, a Padova. Pubblichiamo qui di seguito gli articoli realizzati da Beatrice Bozzato e Noemi Lotto che ben raccontano questa esperienza.  

 

Moreno e Valentina, neorurali al Basso Isonzo

di Beatrice Bozzato (III A)

 

Venerdì 5 maggio, alle 10 di mattina siamo usciti da scuola per dirigerci all’azienda ecologica Le Terre del Fiume. L’azienda è dislocata dal centro della città: si trova nel Basso Isonzo a quattro chilometri dalla sede del Marchesi-Fusinato di Padova. Una parte della classe è arrivata all’azienda a piedi passando per via Sorio e per il parco Bainsizza, l’altra ha preso 2 autobus: il numero 12 e poi il 5. La zona è in mezzo al verde, ma comunque il quartiere è abitato.

 

Arrivati all’azienda siamo stati accolti dai due proprietari, Moreno e Valentina, che ci hanno fatto accomodare su alcune panchine in giardino. Qui si sono presentati e ci hanno raccontato che scuola hanno frequentato: Moreno il Marchesi e poi ha fatto agraria all’Università, mentre sua moglie ha frequentato il Tito Livio per poi laurearsi in Lettere. Ci siamo quindi chiesti cosa ha li ha spinti ha diventare agricoltori biologici. Ci hanno risposto che per loro è stato naturale passare da idee che già avevano alla pratica.

 

Ci hanno introdotto il loro lavoro presentandosi come neorurali, ovvero agricoltori senza eredità di terre. Ci hanno spiegato che l’agricoltura ecologica e biologica non è una scelta solo tecnica, ma una scelta ideale perché si affrontano valori come, ad esempio, la responsabilità civile. Moreno e Valentina propongono un modello di lavoro poco comune ovvero la collaborazione tra acquirenti e venditori: “Questo – ha spiegato Moreno – perché i clienti approvano il nostro lavoro morale e hanno i nostri stessi valori”.

 

Non solo i loro acquirenti dovrebbero avere interesse nel salvaguardare l’ambiente perché, come ci hanno spiegatoi, attraverso l’agricoltura biologica si ristabilisce l’ecosistema e si riporta la biodiversità, si utilizzano mezzi che combattono l’inquinamento, e si cerca di ristabilire i paesaggi che con il tempo abbiamo perso: sono interessi che riguardano tutti noi e il nostro futuro. Ci hanno spiegato anche gli effetti negativi che provocano e coltivazioni chimiche, come la desertificazione. Per evitarla bisogna conservare e valorizzare il territorio e la biodiversità.

 

Dopo questa infarinatura generale sull’importanza dell’agricoltura biologica ci hanno lasciato spazio alle domande. La prima è stata se nei paesi in via di sviluppo è presente il biologico. Moreno ha risposto dicendo che sicuramente è presente molto di più nel nord, ma in India è avviata la produzione di sementi locali. Il nord America ha diffuso in Europa il biologico mentre in Africa manca.

 

La seconda domanda riguardava le garanzie che si possono avere per assicurare la biologicità di un prodotto. Ci hanno spiegato che ogni prodotto ha una propria garanzia e che in ogni azienda vengono effettuati dei controlli, inoltre il cliente può controllare direttamente le coltivazioni.

 

Hanno affermato inoltre che l’opinione pubblica si cambia solo dando l’esempio e agendo per primi senza che qualcuno lo faccia prima: partendo dal piccolo si può cambiare il grande. E hanno aggiunto che la loro sensibilità per la natura deriva anche dal fatto che hanno visto direttamente gli effetti dei pesticidi sull’ambiente e sugli animali.

 

Un’altra domanda è stata: la politica vi viene incontro? Ci hanno spiegato che in generale l’agricoltura è assistita dall’Unione europea ma localmente no, e che il biologico è seguito secondo criteri differenti.

Alla domanda: “avete mai pensato di mollare” mi hanno stupito dicendo che ci hanno pensato molte volte perché il loro lavoro è molto stancante fisicamente, ma non per questo hanno intenzione di smettere.

 

L’ultima domanda ha riguardato la loro ricerca di acquirenti e loro ci hanno risposto che li sono andati a cercare direttamente. Dopo una breve pausa ci hanno accompagnato a vedere le loro coltivazioni e ci hanno raccontato quali sono i loro progetti futuri.

 

Alle 13.10 abbiamo salutato e siamo andati via. La visita è stata interessante e preoccupante perché mi ha fatto comprendere meglio i rischi che stiamo correndo coltivando chimicamente e inquinando l’ambiente.

 

Dal biologico alle siepi, piccoli grandi passi di trasformazione 

di Noemi Lotto (III A)

 

Siamo arrivati all’azienda agricola biologica Le Terre del Fiume alle 10.30 circa del 5 maggio 2017. Si trova in Via Bainsizza, in una zona di periferia e campagna poco frequentata, a pochi chilometri del centro città. Attorno si trovano principalmente campi e case abitate. La struttura si estende per due ettari e mezzo di campo; è composta da un immobile per la produzione e la vendita, i campi coltivati, la terra a riposo e un gran campo pieno di fiori, un “bosco”, e infine un recinto con galline e galli.

 

Appena arrivati siamo stati accolti da Moreno e sua moglie Valentina, i proprietari ed unici lavoratori, assieme ad un altro ragazzo che li aiuta. Abbiamo subito iniziato a presentarci ed instaurare un dialogo sotto forma di intervista. Anzitutto Moreno e Valentina si sono raccontati partendo da un articolo di giornale che era stato scritto sul loro “caso”; hanno subito voluto precisare però il termine con cui si identificano: non sono contadini, ma neo rurali o ambientalisti militanti. La differenza è che i contadini derivano da famiglie proprietarie della terra e apprendono il mestiere con l’esperienza, il neo rurale invece non ha già a disposizione i mezzi in quanto proviene da un contesto diverso da quello agricolo. “Non è tanto un giudizio ma un dato di fatto”, ha sostenuto Moreno.

 

Riflettendoci, infatti, solitamente si usa il termine contadino in modo generico e confuso, mentre il loro voler definire precisamente ciò che fanno e come, ha subito dato un’idea dei loro principi e della loro mentalità, esprimendo la loro identità nelle azioni. Loro infatti fino a prima avevano studiato tutt’altro e conducevano una vita completamente diversa: Moreno era un agente di commercio, Valentina archivista. Tutto è iniziato quando hanno acquistato il terreno vicino a casa, hanno studiato (frequentando la scuola esperienziale di agricoltura biologica), hanno raccolto strumenti e mezzi per avviare l’attività e sostenersi sia economicamente che a livello ambientale.

 

Ci siamo chiesti quale fosse la loro idea di campagna e agricoltura prima di intraprendere questa attività, e ci hanno spiegato che, avendo sempre vissuto in ambiente urbano, cercavano un posto tranquillo per abitare con un giardino (un’idea un po’ comune della campagna); ma passare dal giardino ad avere una terra da coltivare è significativo: prima era solo una collocazione, ora hanno dato un senso a questa loro collocazione.

Ma allora perché hanno voluto “convertirsi” e soprattutto perché in agricoltura? Ho capito che non puntavano tanto sull’agricoltura in sé, ma sul passare da un pensiero all’agire in qualcosa di utile; un modo per muoversi e dare l’esempio in prima persona per cambiare le cose.

 

E perché proprio il biologico? Ci hanno raccontato che sono sempre stati sensibili alle problematiche legate all’agricoltura industriale e chimica, che ha spazzato via il rispetto per l’ambiente e un patrimonio di conoscenza legato alla terra. Forse, ha sottolineato Valentina, questa loro sensibilità è data dalla mentalità della generazione in cui sono cresciuti. Il biologico diventa quindi il modo per esprimere un modello di sviluppo che ritengono corretto (quando compri o produci proponi il mondo che vorresti). Questo modello di sviluppo include dei valori per loro significativi, quindi la loro scelta è ideologica. Anzitutto si esprime una responsabilità civile del fare agricoltura: il rispetto e la valorizzazione dell’ambiente e della sua biodiversità. Un altro principio è l’autonomia della produzione grazie all’auto riproducibilità del seme. Al contrario il seme industriale ti rende dipendente dalla multinazionale che offre il “pacchetto produttivo”.

 

“Come si riflettono i valori che vi ispirano nel prodotto?”, abbiamo chiesto. Il prodotto è sano e di qualità, e gli acquirenti hanno la consapevolezza di questo. Il prezzo quindi non è altro che una convenzione sociale perché non include solo il materiale e il lavoro, ma l’insieme di valori etici che ne stanno alla base.

Di conseguenza ci hanno spiegato il circuito sociale in cui si collocano i loro prodotti, dicendo che non si appoggiano a distributori, ma si rivolgono direttamente ai consumatori così che si inneschi un processo di trasmissione dei valori etici. Gli acquirenti infatti riconoscono e condividono questi principi, accettandone il prezzo come convenzione perché poi effettivamente ne riscontrano la qualità.

 

Il biologico infatti si sta diffondendo sempre di più, anche a livello di governi europei c’è un maggiore riconoscimento. Ci sono politiche economiche che sostengono e permettono lo sviluppo di questo nuovo settore, soprattutto perché le comunità hanno interesse che il biologico aumenti.

 

Moreno ha citato l’esempio della Provincia di Padova, con la quale hanno avviato il progetto-siepi. Le siepi campestri e i fossi sono infatti fondamentali perché delimitano i campi e contengono insetti antagonisti che uccidono i parassiti delle coltivazioni. Con l’agricoltura industriale però erano state completamente eliminate, creando gravi danni all’ambiente e a tutta la catena produttiva. Attraverso questo progetto Terre del Fiume si impegna a creare siepi e distribuirle agli altri coltivatori che li usano per i loro campi. I vantaggi sono molti: si ristabilisce un paesaggio campestre con l’annesso ecosistema e biodiversità animale e vegetale, si riduce l’inquinamento, ed è vantaggioso per tutta la comunità oltre che per il produttore.

 

Il modo in cui Moreno e Valentina raccontano la loro esperienza trasmette passione; senza negare però le difficoltà fisiche e mentali che incontrano, oltre che economiche per i pochi sostegni ricevuti. Nonostante questo hanno una forte convinzione e determinazione, e penso sia una caratteristica comune a tutti quelli come loro.

 

Una difficoltà è anche quella di sostenere i proprio ideali e posizioni nei confronti di chi ne nega la validità. Ad esempio l’agricoltura industriale definisce il biologico un’involuzione e antiscientifica. Al contrario ci hanno dimostrato che loro utilizzano la tecnologia, ma in modo “sano”. Forse è anche un modo per legittimarsi nei confronti dell’opinione comune che definisce i contadini come arretrati.

 

Infine un’altra complessità è garantire che il loro prodotto sia biologico, specialmente verso le persone scettiche. Come? Anzitutto c’è un ente di certificazione che controlla e attesta il loro lavoro, ma soprattutto sostengono che i modo migliore è dimostrare concretamente il loro metodo, strumenti usati.

 

Arrivati a questo punto ci siamo tutti chiesti come si inserisce l’antropologia con tutto questo? Come si colloca nella società e che significato assume? Le prospettive di Moreno e Valentina sono di crescere per dare nuove opportunità di lavoro e una continuità nel futuro all’attività. È importante il rapporto che si crea con la città: in una società in cui prevale il terziario loro vogliono cercare di far riemergere il primario ma non isolandosi, anzi, includendo molti progetti sociali e di turismo responsabile. Dimostra quindi un’avanguardia e una presenza utile per tutta la società.

 

Infine questo modello di sviluppo comprende degli importanti valori antropologici, come l’integrazione del lavoratore piuttosto che il suo sfruttamento. È molto spesso utile ascoltare e capire le ragioni di ogni scelta: potrebbe aprirci a nuove prospettive.